Choco_workA Modica, città alta di terrazzi e di chiese, aerea di visioni esatte dei paesi e dei mari della scienza e dell’arte per il nobel Salvatore Quasimodo che vi nacque, la fragranza di sesamo, miele e cioccolato pervade, tutt’oggi, la scenografia tardo-barocca gemmata dalla frattura umana e materiale del terribile sisma del 1693.
Ad ispirare gli innumeri ritratti della città non è solo la singolarità della morfologia urbana, ma anche la sua densa storia di Capitale dell’antica Contea, che dal XIV secolo per funzioni amministrative, giurisdizionali e di direzione politica si configurava come il più importante stato feudale dell’isola.
Durante i suoi lunghi secoli di vita la Contea di Modica rimase quasi sempre sotto il dominio della Spagna, perfino nel 1713 allorché l’isola di Sicilia fu ceduta a Vittorio Amedeo II di Savoia.
All’ influsso spagnolo è sicuramente da attribuire la consuetudine cioccolatiera delle aristocrazie locali, blasonati interpreti della vocazione nobile del cioccolato e della convivialità festiva e rituale.
Ancora nel maggio del 1808 l’abate Paolo Balsamo, annotava nel suo Giornale di viaggio che i patrizi modicani «si presentarono ben vestiti ed usarono tutti modi e parlare bastantemente cittadineschi; anzi raffinarono cotanto la loro urbanità che in due ore ci fecero vedere più spade, più manichini, più ricci, cappelli o montati o a souffler, più code, che non solevano vederne a Palermo in uno o due mesi».
L’ottocento con l’abolizione della feudalità segna la fine giuridica della Contea e la definitiva annessione del suo territorio nel Regno delle Due Sicilie.
Eppure Modica, espressione dello storico policentrismo ibleo, - come ha sostenuto lo storico Giuseppe Barone - tra alterne vicende, continuò a non disperdere il suo patrimonio umano, storico e culturale.
Soltanto alla fine del XIX secolo, in concomitanza con la comparsa a livello locale dei primi caffè e soprattutto con la coeva affermazione della borghesia, si estese ad altri ceti sociali il consumo del bruno nettare degli dei. Né fu abbandonato il sistema artigianale di lavorazione che conferisce al cioccolato, lavorato senza superare la temperatura di fusione dello zucchero, quella tipica granulosità che lo contraddistingue. Probabilmente solo alla fine degli anni settanta del novecento si passò dall’acquisto delle fave di cacao, tostate e macinate in loco, alla fornitura della pasta amara, mantenendo però la tradizionale operatività della preparazione “ a crudo” cioè “a freddo”.
Processo manifatturiero che ha consentito di incrementare in anni recenti uno dei settori più importanti dell’economia modicana, anche per il conseguente indotto legato alle modalità promozionali di uno dei dolci connotanti il fascinoso campionario di prelibatezze iblee, Grazia Dormienterivisitate dalla creatività degli abbinamenti di gusto che nel segno del cioccolato hanno impreziosito vini, piatti e portate, rivitalizzando sapori e profumi.

Grazia Dormiente.

Modica, 22 ottobre 2011

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